L’Aquila 24 novembre 2017: una giornata di lotta!

COSA CI STANNO FACENDO

La mobilitazione dello scorso 24 novembre a L’Aquila, in occasione di un processo alla prigioniera delle BR-PCC Nadia Lioce, era inserita in un percorso di lotta anti-carceraria; tale percorso individua il regime di 41bis come l’apice, la punta di diamante del sistema di repressione italiano, nonché “scuola” per le amministrazioni penitenziarie di tutti gli stati occidentali e non solo (pensiamo ad esempio alla Turchia).

Come campagna “pagine contro la tortura” nell’ultimo anno e mezzo, e come compagni e compagne contro il carcere, da una decina di anni a questa parte, abbiamo lanciato a più riprese diversi appuntamenti nel capoluogo abruzzese, proprio per la presenza in quel territorio del supercarcere che rinchiude oltre 100 persone, quasi tutte ristrette in 41bis.

Lo scorso 24 novembre ci siamo così recate/i a L’Aquila da differenti parti della penisola individuando nel processo a Nadia una doppia occasione: poter solidarizzare con lei, accusata per una serie di proteste contro le condizioni di detenzione, attuate per mezzo di battiture, e per  ribadire che il 41bis, regime detentivo cui la compagna è sottoposta da 12 anni, è tortura.

Di fronte all’entrata del tribunale, un presidio con striscioni e volantini è stato partecipato da decine di solidali, mentre una cinquantina di persone hanno preteso, con necessaria determinazione, di poter essere presenti in aula; e così è stato.

Per molti/e era la prima volta che ci si trovava a un processo con l’imputata in videoconferenza, prassi obbligata per chi come Nadia si trova in 41bis, ma negli anni estesa anche ad altra “tipologia” di detenuti/e.

La videoconferenza è solo un esempio di come ciò che viene normato per la detenzione speciale, diventi poi “normale”, “di normale amministrazione” appunto, quindi “accettabile”, così da poter passare agli altri circuiti del sistema carcerario con una certa, supposta, legittimità.

Insomma, noi dall’altra parte dello schermo abbiamo potuto, per ora, solo immaginare cosa possa significare essere privati della possibilità di scambiare qualche sguardo complice con i propri affetti, sentire da vicino la solidarietà di chi è presente in aula, confrontarsi simultaneamente e non per interposta persona con i propri avvocati, eventualmente intervenire rispetto alle cose che vengono dette nel processo che si sta subendo… Proprio in questa udienza, che ha visto la partecipazione di un’ispettrice dei G.O.M. (reparti “specializzati” della polizia penitenziaria operativi nelle sezioni del 41bis) come testimone dei fatti imputati alla compagna, è stato particolarmente difficile non esprimere sdegno. La naturalezza con cui questa guardia riferiva le condizioni di detenzione (leggere: di annientamento psico-fisico) all’interno delle sezioni a 41bis, imposte dalle regole scritte sull’ordinamento penitenziario, e che lei “doveva” rendere esecutive, era di-sar-man-te: se c’è scritto che vanno fatte 3 perquisizioni al giorno, si fanno 3 perquisizioni al giorno. Punto. Se vige il divieto assoluto di comunicare tra detenute, la diretta conseguenza anche solo di un cenno della testa o di uno sguardo è il rapporto disciplinare. E così via. Candidamente.

D’altra parte, il dato rilevante di questa udienza, e che in qualche modo segna una novità, è stata la presa di parola da parte di Nadia, che ha presentato alla corte un documento di una decina di pagine in cui ha ritenuto necessario ripercorrere i passaggi della detenzione speciale, dall’art.90 al 41bis, descrivendo la natura vessatoria delle condizioni cui si pretende di sottoporre i detenuti e le detenute in 41bis, contestualizzandole e rendendo chiaro quanto grottesche possano risultare le accuse a lei rivolte in questo processo. È un documento prezioso e ci sembra evidente che quella sollevata dalla compagna sia una questione di principio, posta con la presentazione di questo testo come memoria processuale, così da farlo giungere all’esterno, tra le mani di noi tutti/e. Nella memoria appunto, che pubblichiamo nella categoria contributi di questo blog, Nadia ci consegna la testimonianza diretta di ciò che ci stanno facendo. E tutte/i noi abbiamo la responsabilità di farne a nostra volta memoria. Memoria viva, perché ciò che stanno facendo a oltre 700 persone sottoposte in Italia al cosiddetto carcere duro, è ciò che potrebbe in un modo o nell’altro riguardarne molte altre. I paletti della legalità sono nelle mani dello stato, e dove vengano di volta in volta piantati dipende dal terreno fertile che trovano. Una parte in campo spetta sicuramente a chi ritiene di non potere e volere accettare in silenzio la tortura dell’isolamento, così come le condizioni di sfruttamento, imposte, torniamo a dire, candidamente dagli stati. Che questo terreno diventi quarzo!

Possiamo senz’altro dire che non sia stato il silenzio a caratterizzare la giornata del 24: arrivati al momento del rinvio alla successiva udienza, fissata per il 4 maggio 2018, grida e cori si sono alzati dalle file dei/delle solidali in aula, è stato aperto uno striscione con su scritto: 41BIS=TORTURA, qualcuno ne ha sottolineato il significato con un discorso estemporaneo… Nel frattempo il giudice faceva sgomberare l’aula, ma l’udienza era già finita e il corteo di solidali, con lo striscione alla testa, lasciava il tribunale raggiungendo il presidio all’esterno.

Di fatto non sappiamo se le nostre grida siano giunte fino a Nadia, il cui collegamento audio potrebbe essere stato prontamente interrotto; d’altra parte questo dispositivo fa parte del meccanismo perverso di annientamento pianificato ed applicato.

Lasciato il tribunale in un’ottantina ci si è diretti al carcere dove, con un presidio ricco di interventi a microfono aperto si è cercato di raccontare la giornata, rompere la monotonia della vita internata e mandare un messaggio di solidarietà a Nadia e a tutti i detenuti e le detenute che non abbassano la testa.

Di fronte all’abominio possiamo alzare le spalle in un gesto di rassegnazione e girare la testa dall’altra parte, oppure guardare dritto in avanti e rimboccarci le maniche! Quest’ultima la nostra scelta!

1° Dicembre 2017

CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

L’Aquila: 24 nov 2017 presidio al tribunale e saluto al carcere

NO ALLA TORTURA DI STATO!

Oggi 24 Novembre, siamo a L’Aquila per esprimere la nostra solidarietà a Nadia Lioce processata per aver “osato” protestare, battendo sulle sbarre della sua cella con una bottiglia di plastica, contro le durissime condizioni di prigionia a cui è sottoposta da 14 anni a regime di 41 bis. In particolare, ha “osato” protestare contro una circolare del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) che impedisce a tutte le detenute e detenuti sottoposti a questo regime di ricevere libri tramite posta e colloqui. Dal 2015 è attiva una campagna di lotta e informazione, denominata “Pagine contro la Tortura” che ha l’obiettivo di far ritirare questo odioso divieto e di far conoscere in generale l’annientamento quotidiano delle persone che sono rinchiuse nelle sezioni a 41 bis in Italia.

Il colloquio una sola ora al mese con soli famigliari diretti attraverso vetri, telecamere e citofoni, una sola telefonata al mese e il processo in videoconferenza, sono solo alcune delle vessazioni che colpiscono le detenute ed i detenuti a 41 bis. Quella che lo stato mette in atto è una vera e propria tortura quotidiana da cui si può uscire, sempre a discrezione di lor signori, soltanto attraverso la delazione o rinnegando eventualmente i propri percorsi di lotta.

L’autore di questo regime di tortura è lo stato!

Lo stato, attraverso media, politici, guardie e magistrati, continua a reprimere ogni forma di dissenso: da sempre costruisce abilmente i propri nemici sulla base di incerte e terrorizzanti definizioni (dai “briganti” ai “teppisti”, dai “black bloc” agli “ultras”, dagli “estremisti” fino ai “terroristi”), crea il proprio consenso popolare attraverso la paura indotta da televisione, giornali, social network e poi applica con forza le sue leggi, i suoi decreti, le sue ordinanze, spesso sospendendo ogni principio garantista, verso chi osa mettere in discussione le ingiustizie quotidiane a cui moltissime persone sono sottoposte, anche con l’applicazione di misure di prevenzione e/o cautelari.

Lo stato ipocritamente giustifica il trattamento di “carcere duro” per colpire i mafiosi o i “terroristi”. Ma sappiamo benissimo che è la logica mafiosa a garantire potere e impunità allo stato, ai partiti, ai politici; ed è lo stato italiano (e non solo quello italiano) a portare guerra, terrorismo e sfruttamento nel mondo, costringendo spesso molte persone a lasciare i loro paesi d’origine.

Lo stato infine, forte della paura e della confusione creata tra la gente, sta estendendo sempre più le caratteristiche di questo regime a tutte le detenute e i detenuti che protestano contro le tante ingiustizie e le durissime condizioni di vita nelle carceri italiane (ad esempio con l’isolamento e i processi in videoconferenza). Per questo lottare contro il 41-bis significa lottare contro tutto il sistema carcerario… e non solo.

L’intera società in cui viviamo è trasformata in un carcere a cielo aperto.

Qui a L’Aquila in particolare questo fenomeno è davanti agli occhi di chiunque voglia vederlo. La tragedia del terremoto è stata gestita in un’ottica emergenziale: sono stati costruiti campi in cui era vietato riunirsi e circolare liberamente, sono stati utilizzati psicofarmaci per annientare ogni forma di dissenso, la città è stata militarizzata, sono state create zone rosse

Questo è lo stato che ci vorrebbe tutte e tutti, buoni/e ed obbedienti/e di fronte alle sue ingiustizie, cieche/i e mute/i di fronte alla sua corruzione, alle sue speculazioni, alle sue guerre.

Questo è lo stato, questo è il nostro vero nemico.

Cominciare a parlarne, ad autorganizzarci, a lottare insieme, è il primo passo per non rassegnarsi alla catastrofe.

Pagine contro la tortura

 

Milano-Fiera nazionale dell’editoria indipendente 24/26 marzo 2017. Intervento paginecontrolatortura

“Leggo molto i libri, li adoro, mi aiutano a essere libero e ad anestetizzare un po’ i miei problemi di salute” (Lettera dal carcere di Francesco da Caltanissetta)

Da più di un anno, chi è sottoposto al regime previsto dall’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario (O.P.) non può più ricevere libri, né qualsiasi altra forma di stampa, attraverso la corrispondenza e i colloqui, sia con parenti, sia con avvocati. I libri e la stampa in genere si possono solo acquistare tramite eventuale autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria. È un’ulteriore censura, una potenziale forma di ricatto, in aggiunta alle restrizioni sul numero di libri che è ad ora consentito tenere in cella: solo tre.

Nel novembre 2011 una circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: il dipartimento del ministero della Giustizia) impose questa restrizione, ma fu bloccata dai reclami di alcuni detenuti e detenute accolti nelle ordinanze di alcuni giudici di sorveglianza. I ricorsi opposti da almeno tre pubblici ministeri contro queste ordinanze furono confermati in Cassazione. Infine una sentenza della suprema Corte del 16 ottobre 2014, e una sentenza della Corte Costituzionale del febbraio 2017 hanno dato ragione al DAP, rendendo così definitiva tale restrizione.

Il piacere della lettura è noto a chiunque, meno nota è l’importanza vitale che può assumere un libro per chi si trova in condizioni di detenzione, in particolare, per chi è soggetto al regime previsto dall’art. 41bis dell’O.P.

Queste le condizioni per coloro che sono costretti a questo regime detentivo:

  • isolamento per 23 ore al giorno (soltanto nell’ora d’aria è possibile incontrare altri/e prigionieri/e, comunque al massimo tre, e solo con questi è possibile parlare)
  • colloquio di 1 sola ora al mese e solo con i familiari diretti; il colloquio si svolge in stanze videosorvegliate e munite di vetri e citofoni per impedire ogni contatto diretto
  • esclusione a priori dall’accesso ai “benefici”
  • utilizzo dei Gruppi Operativi Mobili (GOM), corpo speciale della polizia penitenziaria, tristemente conosciuto per i pestaggi nelle carceri e per i massacri compiuti a Genova nel 2001
  • “processo in videoconferenza”: l’imputato/a detenuto/a segue il processo da una cella interna al carcere e attrezzata con una tecnologia dedicata a stabilire un collegamento video con l’aula del tribunale; il microfono per parlare è gestito dai giudici, dai Pm, dalle forze dell’ordine, mai dal detenuto/a
  • applicazione della censura totale sulla corrispondenza

Appare quindi evidente quanto fondamentale sia l’accesso alla lettura e allo studio; tale ennesima restrizione sulle modalità di ricezione dei libri e del materiale stampato in generale aggrava il già pesante annientamento delle persone, incidendo ulteriormente sulla sfera degli affetti. Pensiamo a quanto può essere prezioso ricevere in dono un libro letto da qualcuno che amiamo e stimiamo, piuttosto che un testo qualsiasi raccolto tra gli scaffali di un’anonima libreria; pensiamo a quanto ancora più prezioso possa essere ricevere tale libro da una persona cara ma lontana.  

Nel giugno 2016 ventisei editori, aderendo alla campagna Pagine Contro la tortura, hanno costituito un catalogo che è stato inviato a un centinaio di detenuti in regime di 41bis, ai magistrati di sorveglianza di competenza e ai garanti dei diritti dei detenuti. Da quell’anno si sono svolte numerose mobilitazioni che hanno coinvolto le città di Cuneo, Milano, Tolmezzo, Parma, Terni, Bancali, Novara, L’Aquila. Si è scelto di sostare a lungo sotto le carceri con un presidio comunicativo, con letture dedicate, con un potente impianto audio, per farci sentire da coloro che sono rinchiusi in 41bis, per informarli della campagna in loro sostegno e per rompere, anche se per poche ore, l’isolamento e l’abbrutimento che questo regime carcerario porta con sé.

A mò di chiosa ed aggiornamento riportiamo una notizia presa da fonti di stampa che conferma l’uso strumentale della lettura nel regime carcerario anche al di fuori del circuito di alta sicurezza:

A seguito di una evasione dal carcere di Rebibbia avvenuta nell’ottobre 2016 il Fatto Quotidiano del 28/11/2016 riferisce di come la nota biblioteca dell’istituto da sempre molto fornita e curata egregiamente dai detenuti stessi, sia stata gettata per aria durante una perquisizione notturna che ha lasciato le stanze con migliaia di libri gettati alla rinfusa sul pavimento, ammassati, mischiati, buttati negli angoli e ai piedi degli scaffali. Come ogni bibliotecario ben sa, e come ogni persona che mai abbia frequentato una biblioteca ben può intuire, ci vorrà tantissimo tempo per ritrovare la collocazione di ciascun volume e permettere di nuovo il loro utilizzo da parte dei detenuti”.

È utile promuovere una campagna di sensibilizzazione e un’iniziativa di tutte e tutti coloro che operano nel mondo della cultura: librerie, case editrici, appassionati/e della lettura, scrittori e scrittrici, viaggiatori tra le pagine, ecc., volta al ritiro di tale divieto vessatorio di ricevere libri.

Link fiera del libro 2017: http://www.bookpride.net/

 

 

 

 

Roma al Salone dell’editoria sociale 29ott2016

Intervento e volantinaggio a Roma al salone dell’editoria sociale, segue materiale distribuito:

“Leggo molto i libri, li adoro, mi aiutano ad essere libero e a anestetizzare un po’ i miei problemi di salute”  (Lettera di Francesco da Caltanissetta)

Dal 2014 chi è sottoposto al regime previsto dall’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario (O.P.) non può più ricevere libri, né qualsiasi altra forma di stampa, attraverso la corrispondenza e i colloqui sia con parenti sia con avvocati: i libri e la stampa in genere si possono solo acquistare tramite eventuale autorizzazione dell’amministrazione. È  un’ulteriore censura, una potenziale forma di ricatto, in aggiunta alle restrizioni sul numero di libri che è già consentito tenere in cella: solo tre.

Nel novembre 2011 una circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: il dipartimento del ministero della Giustizia) impose questa restrizione, ma fu bloccata da reclami di alcuni detenuti e detenute accolti nelle ordinanze di alcuni giudici di sorveglianza. I ricorsi opposti da almeno tre pubblici ministeri contro queste ordinanze furono confermati in Cassazione. Infine una sentenza della suprema Corte del 16 ottobre 2014 ha dato ragione al DAP, rendendo così definitiva questa nuova odiosa restrizione.

Il piacere della lettura è noto a chiunque meno nota è, invece, l’importanza vitale che assume per chi si trova in condizioni di detenzione. Continue reading Roma al Salone dell’editoria sociale 29ott2016

Report dell’assemblea tenuta a Roma il 18 settembre 2016

Campagna “pagine contro la tortura” circa il divieto di ricevere dall’esterno libri e stampe di ogni genere nelle carceri a sezioni 41bis. 

Durante questo primo anno di attività la campagna “pagine contro la tortura” ha realizzato diverse attività:

la diffusione di un appello rivolto alle case editrici; l’apertura di un blog; i presidi  contemporanei all’esterno di 6 carceri con sezioni a 41bis; il presidio al DAP di Roma ed il presidio nazionale al carcere dell’Aquila.

Sono state inoltre effettuate numerose attività di sensibilizzazione sull’argomento: volantinaggi, interventi informativi sul 41bis e sulla campagna nello specifico, in occasione di presentazioni di libri e di fiere del libro, produzione di un video (reperibile anche su youtube) ecc.

Nella riunione di Roma abbiamo fatto il punto della situazione. Sono emersi aspetti critici, sono stati valutati i risultati raggiunti e, inoltre, è stato impostato il prosieguo della campagna e pianificato i prossimi appuntamenti.

La campagna si e scontrata con il “muro di gomma” che circonda le sezioni 41bis. Abbiamo constatato la quasi impossibilità di comunicare con l’interno, le difficoltà di far conoscere ai detenuti, sepolti vivi, la semplice esistenza di una mobilitazione che li riguarda. I libri e gli stampati spediti dagli editori sono stati bloccati dall’amministrazione carceraria.

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