Carinola (CE) 23 giugno 2018: presidio davanti al carcere

In una landa desolata dove non arriva nemmeno il treno, all’inizio degli anni ’80 è stato tirato su un carcere dove chiudere 200-250 detenuti sotto regime duro; persone accusate di appartenenza alla camorra o comunque a bande organizzate, radicate, figlie dei quartieri di Napoli, della Campania. In quella situazione venne dato posto all’installazione di una sezione 41bis, comunque punitiva, composta al massimo da una decina di prigionieri considerati ‘altamente pericolosi’.

Sezioni come quella alla metà degli anni ’80 (ne) vennero installate ad Ariano Irpino, Spoleto, Foggia … nominate nel gergo carcerario «braccetti della morte» e voluti per chiuderci prigionieri ‘pericolosi’: ribelli, persone considerate appartenenti-dirigenti alla ‘mala’ delle città del centro-nord e alle organizzazioni extralegali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Carinola vive “di carcere”. Poche case e qualche negozio le cui attività commerciali sono, molto probabilmente, soprattutto connesse alla vendita dei prodotti acquistati dagli stessi detenuti e secondini.

Fino al 2013 il carcere di Carinola era principalmente di massima sicurezza. E infatti, la prima cosa che salta agli occhi è la sua immensa e fortificata struttura. Mura di cinta altissime, bosco tutto attorno: impossibile raggiungere con lo sguardo le varie sezioni che (a parte una che affaccia sulla strada) sono tutte interne e lontane dal perimetro esterno. Ad oggi, da quanto è possibile leggere sul sito del Ministero di Giustizia, il regime interno prevede anche sezioni a sorveglianza dinamica (celle aperte durante il giorno) volte al “recupero sociale” di chi lì dentro è rinchiuso.

Tuttavia, nel carcere di Carinola è stata mantenuta tuttora la sua vecchia funzione punitiva che viene eseguita, nel tentativo di ‘rieducare’, con l’impiego dell’isolamento (14bis) nei confronti di chi nelle carceri tiene la testa alta, unisce i prigionieri nel  far valere la propria e altrui dignità sotto tutti i punti di vista. I secondini qui vantavano di essere, dopo Poggioreale, il carcere ove i prigionieri venivano più pestati.

A gennaio a Carinola era stato trasferito Maurizio Alfieri dal carcere di Poggioreale (Napoli), ove era rinchiuso da aprile 2017 dopo esser stato trasferito da Opera in cui era in 14 bis.

Il vero motivo per cui l’avevano trasferito era a causa di una lettera collettiva firmata da 128 prigionieri in A.S. che aveva innescato un clima di lotta contro: le discriminazioni nelle possibilità di lavoro, la scarsità e qualità del vitto, le ancor peggio condizioni sanitarie, igieniche connesse a una funzione della magistratura di sorveglianza che legalizza il tutto, compresi gli assassinii.

Nel tentativo di paralizzare quell’iniziativa corale, il direttore, il noto aguzzino Giacinto Siciliano con l’aiuto delle guardie e dei burocrati dell’annientamento, chiusero in isolamento 14bis, a cominciare da Maurizio,  una decina di prigionieri, che avevano caratterizzato questa mobilitazione titolata «la Cayenna di Opera».

Maurizio venne, quindi, trasferito a Poggioreale e gli fu mantenuto, in continuità, il regime di 14bis eseguito in una sezione vicina alla ‘cella zero’, a sua volta prossima alla sezione dove vengono ancor oggi chiuse, nascoste, le persone sottoposte al trattamento psichiatrico. Situazione che anche Maurizio ha cercato di far uscire dalla clandestinità in cui veniva esercitata.

Per questa ragione nella primavera del 2018 all’esterno del carcere a Napoli si riuscì a mettere in piedi, con l’impegno di diversi collettivi, due presidi-saluti a cui, al secondo, presero parte famigliari di detenuti e persone da poco in libertà. Tutto ciò nonostante il seguente trasferimento di Maurizio, a Carinola, disposto pochi giorni prima. Da quel momento fra diversi collettivi ci si impegnò a dar vita ad un presidio a Carinola affinché la solidarietà riuscisse a dare continuità alla lotta con l’obiettivo di estenderla e consolidarla.

Sabato 23 giugno si è tenuto un nuovo presidio sotto al carcere, in continuità con altri precedenti, indetto dalla campagna “Pagine contro la tortura”, in solidarietà al compagno Maurizio Alfieri e a tutti quelli che come lui, e come Davide Delogu ad Augusta ad esempio, lottano e non si sottomettono; ma anche contro i pestaggi, il 14 bis e il clima di sfruttamento che anche in questa prigione sono prassi quotidiana.

Eravamo una trentina di compagni e compagne da Roma, Napoli, Firenze Genova, Parma, Milano e Salerno. Abbiamo comunicato con l’interno con vari interventi, saluti, cori, slogan e musica per circa 3 ore. I prigionieri hanno risposto sventolando indumenti dalle inferiate, urla e una battitura…  poi come spesso accade la pressione dei secondini ha determinato la fine della battitura e delle comunicazioni dall’interno.

Ma la loro presenza per quanto nascosta è rimasta percepibile e così i compagni e le compagne hanno scelto di non sciogliere il presidio.

Dai detenuti si è avuta l’ennesima conferma che per quanto il ministero si sforzi nella sua propaganda di apertura democratica, il carcere di Carinola è un carcere come tutti. Qualcuno da dentro ha sintetizzato il concetto con “Questo carcere è una merda!”

Gli interventi erano tutti mirati a sottolineare lo strumentale uso da parte degli organi repressivi dei regimi differenziati, volti alla desolidarizzazione e frammentazione delle persone, al reale significato di parole come “recupero sociale e riabilitazione” e cioè: l’educazione all’ammansimento ed assoggettamento. A quanto quelle mura, per quanto divisori di corpi, non possano rappresentare un reale confine per chi anela alla realizzazione di nuove prospettive. Infatti, fuori da quelle mura, sfruttamento, esclusione, guerre esterne ed interne sono altrettanto funzionali al raggiungimento degli stessi obiettivi di controllo e gestione.

In questo presidio, seppur per poco è stato rotto il muro di silenzio che avvolge i prigionieri e le loro lotte, è stata ribadita la solidarietà al compagno e si è messo in chiaro che i trasferimenti non potranno spezzare la nostra lotta al fianco di chi dentro le galere si batte per la propria ed altrui dignità. C’è stata inoltre una grande comunicazione fra manifestanti e prigionieri, con interventi sulle pratiche di lotta nelle carceri, come nelle campagne e città. Interventi tutti ascoltati e sottolineati dalle voci lanciate tra i manifestanti e le persone chiuse in carcere.

In ultimo. Durante il viaggio di ritorno una macchina, con a bordo alcune compagne e compagni, è stata fermata dalle solerti forze dell’ordine. Sono stati/e identificati/e e portati/e in un vicino posto di polizia per la notifica, ad una compagna, di un provvedimento tenuto da anni in un cassetto.

Un insegnamento per tutti e tutte: mai più via alla spicciolata!

Campagna “Pagine contro la tortura”

Giugno 2018

REPORT DEL 4 MAGGIO 2018: L’AQUILA, ANCORA AL FIANCO DI CHI LOTTA!

Venerdì 4 maggio, in una cinquantina tra compagne e compagni, siamo tornati a L’Aquila in occasione di un’udienza del processo che vede Nadia Lioce, prigioniera delle BR-PCC, sotto accusa per aver protestato più volte, con delle battiture, contro le condizioni detentive cui è costretta dal regime 41bis al quale è sottoposta dal 2006.

Questa mobilitazione rientra in un percorso di lotta anticarceraria che portiamo avanti da una decina d’anni, e da circa due nello specifico con la campagna “Pagine contro la tortura”, che riconosce il 41bis come strumento massimo e più duro della repressione dello Stato. Tale percorso ci ha visti più volte a L’Aquila per la presenza in città del carcere di massima sicurezza, in cui la maggioranza dei detenuti e delle detenute è appunto ristretta in 41bis.

La giornata è iniziata con l’entrata nell’aula del Tribunale di tutti e tutte le solidali. Come nell’udienza del 24 novembre, anche questa volta Nadia Lioce era presente in videoconferenza, modalità applicata a chiunque sia detenuto in 41bis.

Questo dispositivo, applicato quindi dapprima su chi è prigioniero in questo regime, si è esteso nel tempo anche ad altre “tipologie” di detenuti e, con l’introduzione della legge Minniti-Orlando di recente applicazione, anche alle persone immigrate recluse nei CPR in occasione delle udienze di convalida di trattenimento.

La videoconferenza è esemplificativa di come agisca lo Stato, che sperimenta la repressione su determinate “categorie” di persone per poi normalizzarla applicandola al resto della popolazione.

Nonostante i problemi con l’audio in aula e l’effetto straniante che vorrebbero imporre con la videoconferenza, speriamo che il saperci presenti abbia trasmesso a Nadia la rabbia e il calore della nostra solidarietà.

In questa udienza è stata ascoltata una agente del GOM (gruppo operativo mobile, reparto specializzato della polizia penitenziaria attivo nelle sezioni di 41bis) come testimone dell’accusa: dopo aver risposto alle domande della PM e delle avvocate della difesa in modi vaghi e contraddittori, e aver affermato che le battiture di Nadia rendevano “insopportabile” il loro lavoro di carcerieri, ha ribadito quello che già avevamo ascoltato nell’udienza precedente da una ispettrice del GOM, e cioè l’ulteriore e totale isolamento cui è sottoposta Nadia Lioce. Isolamento esplicato, per esempio, nell’espressione usata da entrambe le testi, ovvero “socialità in gruppi da 1”, cioè nessuna socialità… fermo restando l’impossibilità di comunicare in alcun modo tra detenute al di fuori dei gruppi di socialità permessi (di massimo 4 persone scelte dall’amministrazione), pena rapporti disciplinari.

Per tutta la durata del processo, in aula sono stati presenti Digos e Ros, uno di questi ultimi con una videocamera fissa sul gruppo di solidali. Che fosse dell’arma si è capito solo nel momento in cui si è domandato alla corte, ignara e ignava, chi fosse quest’uomo molesto, il quale si è svelato da solo dopo essere stato, suo malgrado, per alcuni minuti, sotto i riflettori, protagonista della scena. Dopo le numerose denunce arrivate a compagne e compagni per la manifestazione precedente, la presenza assidua e asfissiante delle FdO mira a spezzare la solidarietà. Per noi, invece, queste attenzioni poco gradite, sono un motivo in più per tornare a L’Aquila e sostenere Nadia e tutti e tutte le detenute che lottano e non si arrendono alla violenza delle galere.

Essere lì presenti in tribunale, ci ha reso evidente quanto il processo a Nadia, caratterizzato da accuse che chiunque giudicherebbe ridicole, soprattutto se contestualizzate (cosa che il tribunale stenta a fare), per i/le detenuti/e in 41bis sono la prassi. Cioè è prassi subire dei processi per ogni gesto anche minimo di insubordinazione, cosa che rende questa situazione tutt’altro che risibile, ma invece piuttosto allarmante. E’ lo stato che insegue e persegue qualsiasi “virgola fuori posto”, è il trionfo della legalità normata. Si dirà: “cosa c’è di strano”? “Assolutamente niente in un mondo tutto proiettato verso l’ordine e la disciplina”! Il fatto è che se noi, qui fuori, possiamo ancora permetterci di giudicare ridicolo e risibile ciò che ci stanno facendo, perché nonostante tutto abbiamo ancora una qualche possibilità di “sconvolgere il discorso” del potere, di metterlo in discussione con diverse pratiche di resistenza e attacco, bene, crediamo che chi si ritrova in 41 di tutto abbia voglia, tranne che di ridere della maniera in cui viene trattato/a e che gli spazi di agibilità sono veramente molto ridotti. Se il carcere è lo specchio di una società, il 41bis è il regime specchio della società militarizzata verso cui vorrebbero traghettarci senza trovare resistenze.

Siamo rimasti/e ad assistere alle udienze successive a quella di Nadia, e lo scenario è stato, per il discorso qui sopra, tragico. Detenuti, tutti in 41bis, collegati in videoconferenza, da differenti carceri (perché nel frattempo trasferiti da quello de L’Aquila), a processo per una serie di “virgole fuori posto” rispetto all’ordinamento penitenziario, lo stesso che dispone: 23 ore su 24 di isolamento in cella, una sola ora di colloquio al mese con vetro divisorio, l’interdizione da tutti i cosiddetti benefici, l’impossibilità di acquistare libri e riviste direttamente, di cucinare in cella, di tenere la televisione accesa finché si vuole… solo per citare alcune delle restrizioni. Sulle “regole” del 41 bis c’è un’omertà indecente, e questi processi per “piccole cose” sono forse piccole occasioni per  scoperchiare il vaso in cui il potere vorrebbe tenere al sicuro quella che per noi è da sempre un’evidenza: il 41 bis è la sperimentazione normata della tortura, finalizzata all’annientamento, personale e sociale. A quando il conto per noi tutti e tutte?

Mentre alcune compagne seguivano le altre udienze, il resto del gruppo si è spostato verso il mercato della città, per provare a incontrare e raccontare alle persone del luogo il perché della mobilitazione e cosa succede a pochi km dai loro occhi nel supercarcere aquilano.
Verso le 14 ci siamo spostate verso il carcere per un saluto ai/alle detenute e per quasi due ore vari interventi e musica hanno caratterizzato il presidio. Oltre a raccontare delle udienze a cui avevamo appena assistito, abbiamo voluto far sapere ai detenuti che conosciamo le proteste che stanno portando avanti da due mesi e ribadito il nostro impegno a portare le loro voci fuori da quelle infami mura.

Dalle finestre delle celle (tutte a bocca di lupo) abbiamo intravisto alcune mani sventolare qualche panno bianco, contente/i di sapere che in qualche modo la nostra presenza con cori, parole e musica è riuscita a spezzare l’isolamento e a rompere il silenzio che avvolge quel luogo di tortura.

L’udienza a Nadia, come d’altronde tutte quelle successive, è stata rinviata al 28 settembre, giorno in cui saremo di nuovo a L’Aquila. Seguiranno aggiornamenti.

CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

Firenze CPA 14 aprile 2018 – Report assemblea pagine contro la tortura

Questo è un resoconto schematico della riunione di sabato 14/4 della campagna Pagine contro la tortura e si riferirà ai prossimi appuntamenti che abbiamo scelto di costruire, provando a descrivere il tenore del confronto.

Il 4 maggio la Campagna Pagine contro la tortura convoca una presenza a L’Aquila, prima al tribunale e poi al carcere.
Questo appuntamento ci ha dato modo di affrontare in assemblea la natura della campagna stessa. Lo spunto è stato il primo intervento dell’assemblea di una compagna del mfpr, la quale ci ha descritto i prossimi appuntamenti della campagna in solidarietà con la compagna prigioniera N. Lioce, e come costruiranno appuntamenti di lotta nel giorno del processo. La loro idea è di iniziative diffuse sul territorio e non concentrate solo a l’Aquila.

Partendo da queste informazioni abbiamo ragionato sulla natura e le proposte della campagna “pagine contro la tortura”che portiamo avanti, come praticare l’allargamento e non concentrarsi sulla personalizzazione, considerando ovviamente la solidarietà alla compagna sotto processo.

Altro fattore che è stato preso in considerazione, sono le denunce ricevute per l’ultimo appuntamento di lotta, questo sottolinea ancora di più la determinazione a tornare tutti/e a L’Aquila. Nel merito della giornata del 4 maggio, la campagna ha scelto di concentrarsi lì posticipando, nonostante l’importanza e la risonanza che avrebbe potuto dare la contemporaneità, l’appuntamento davanti il carcere di Opera (il secondo per grandezza riguardo la sezione del 41bis) per essere in tanti/e a L’aquila.
Per l’appuntamento del 4 maggio, appena abbiamo conferma sull’orario dell’udienza, faremo una locandina e un comunicato (rimettendo mano a quello già utilizzato in passato).
Saranno importanti iniziative e comunicati che possano dare risalto all’appuntamento che abbiamo scelto di darci.
Nel frattempo si manderà un fax alle fdo con la comunicazione della presenza, si proverà a contattare i/le compas che avevano già messo a disposizione l’amplificazione e si organizzerà un pullman da 30 posti con partenza da Roma (13 euri a persona), per facilitare il viaggio a chi arriverà da altre città. Sarebbe buono comunicare la necessità di posti in pullman, così da confermare o meno la prenotazione. Anche per l’ospitalità nel giorno precedente c’è piena disponibilità. Il 25 aprile qualcunx andrà davanti il carcere di Teramo, per coinvolgere i compagni e le compagne che parteciperanno al presidio in solidarietà a Paska e contro le galere. Ognunx di noi sa che impegni si è preso sulla logistica e non li ripeto qui.

I ragionamenti scaturiti dal primo punto discusso in assemblea ci hanno convinti a organizzare un momento di bilancio e progettualità della Campagna Pagine contro la tortura.
La mattina di domenica 20 maggio a Roma, al NED in via Dulceri 211, si terrà la riunione.
Questa necessità proviene dal passato e arriva fino ad oggi, nel limite di incontri che abbiamo organizzato in base alle scadenze, senza avere tempo per le riflessioni collettive e per coinvolgere i compagni e le compagne con cui abbiamo cresciuto relazioni nella costruzione di iniziative locali.

Il 23 giugno la Campagna convoca un presidio al carcere di Carinola. Abbiamo letto e condiviso le riflessioni che arrivano da Napoli e, come i compagni e le compagne scrivevano, sappiamo che il luogo non permette di comunicare fuori dal carcere o di costruire relazioni con i familiari delle persone imprigionate.
Saremo lì per Maurizio e per “i tanti Maurizio” detenuti, appoggiando le lotte che vengono portate avanti nelle carceri, con la volontà di non lasciare nessuno solo, nonostante i trasferimenti. Siamo rimasti che entro pochi giorni deve uscire la convocazione per il presidio. La logistica verrà discussa nella riunione del 20 maggio perché crediamo si possa risolvere in poco tempo, lasciando largo spazio al confronto di cui necessitiamo.

Daje tutte e tutti, per il momento credo sia tutto.

Firenze CPA 14 aprile 2018 Assemblea pagine contro la tortura

L’Aquila 24 novembre 2017: una giornata di lotta!

COSA CI STANNO FACENDO

La mobilitazione dello scorso 24 novembre a L’Aquila, in occasione di un processo alla prigioniera delle BR-PCC Nadia Lioce, era inserita in un percorso di lotta anti-carceraria; tale percorso individua il regime di 41bis come l’apice, la punta di diamante del sistema di repressione italiano, nonché “scuola” per le amministrazioni penitenziarie di tutti gli stati occidentali e non solo (pensiamo ad esempio alla Turchia).

Come campagna “pagine contro la tortura” nell’ultimo anno e mezzo, e come compagni e compagne contro il carcere, da una decina di anni a questa parte, abbiamo lanciato a più riprese diversi appuntamenti nel capoluogo abruzzese, proprio per la presenza in quel territorio del supercarcere che rinchiude oltre 100 persone, quasi tutte ristrette in 41bis.

Lo scorso 24 novembre ci siamo così recate/i a L’Aquila da differenti parti della penisola individuando nel processo a Nadia una doppia occasione: poter solidarizzare con lei, accusata per una serie di proteste contro le condizioni di detenzione, attuate per mezzo di battiture, e per  ribadire che il 41bis, regime detentivo cui la compagna è sottoposta da 12 anni, è tortura.

Di fronte all’entrata del tribunale, un presidio con striscioni e volantini è stato partecipato da decine di solidali, mentre una cinquantina di persone hanno preteso, con necessaria determinazione, di poter essere presenti in aula; e così è stato.

Per molti/e era la prima volta che ci si trovava a un processo con l’imputata in videoconferenza, prassi obbligata per chi come Nadia si trova in 41bis, ma negli anni estesa anche ad altra “tipologia” di detenuti/e.

La videoconferenza è solo un esempio di come ciò che viene normato per la detenzione speciale, diventi poi “normale”, “di normale amministrazione” appunto, quindi “accettabile”, così da poter passare agli altri circuiti del sistema carcerario con una certa, supposta, legittimità.

Insomma, noi dall’altra parte dello schermo abbiamo potuto, per ora, solo immaginare cosa possa significare essere privati della possibilità di scambiare qualche sguardo complice con i propri affetti, sentire da vicino la solidarietà di chi è presente in aula, confrontarsi simultaneamente e non per interposta persona con i propri avvocati, eventualmente intervenire rispetto alle cose che vengono dette nel processo che si sta subendo… Proprio in questa udienza, che ha visto la partecipazione di un’ispettrice dei G.O.M. (reparti “specializzati” della polizia penitenziaria operativi nelle sezioni del 41bis) come testimone dei fatti imputati alla compagna, è stato particolarmente difficile non esprimere sdegno. La naturalezza con cui questa guardia riferiva le condizioni di detenzione (leggere: di annientamento psico-fisico) all’interno delle sezioni a 41bis, imposte dalle regole scritte sull’ordinamento penitenziario, e che lei “doveva” rendere esecutive, era di-sar-man-te: se c’è scritto che vanno fatte 3 perquisizioni al giorno, si fanno 3 perquisizioni al giorno. Punto. Se vige il divieto assoluto di comunicare tra detenute, la diretta conseguenza anche solo di un cenno della testa o di uno sguardo è il rapporto disciplinare. E così via. Candidamente.

D’altra parte, il dato rilevante di questa udienza, e che in qualche modo segna una novità, è stata la presa di parola da parte di Nadia, che ha presentato alla corte un documento di una decina di pagine in cui ha ritenuto necessario ripercorrere i passaggi della detenzione speciale, dall’art.90 al 41bis, descrivendo la natura vessatoria delle condizioni cui si pretende di sottoporre i detenuti e le detenute in 41bis, contestualizzandole e rendendo chiaro quanto grottesche possano risultare le accuse a lei rivolte in questo processo. È un documento prezioso e ci sembra evidente che quella sollevata dalla compagna sia una questione di principio, posta con la presentazione di questo testo come memoria processuale, così da farlo giungere all’esterno, tra le mani di noi tutti/e. Nella memoria appunto, che pubblichiamo nella categoria contributi di questo blog, Nadia ci consegna la testimonianza diretta di ciò che ci stanno facendo. E tutte/i noi abbiamo la responsabilità di farne a nostra volta memoria. Memoria viva, perché ciò che stanno facendo a oltre 700 persone sottoposte in Italia al cosiddetto carcere duro, è ciò che potrebbe in un modo o nell’altro riguardarne molte altre. I paletti della legalità sono nelle mani dello stato, e dove vengano di volta in volta piantati dipende dal terreno fertile che trovano. Una parte in campo spetta sicuramente a chi ritiene di non potere e volere accettare in silenzio la tortura dell’isolamento, così come le condizioni di sfruttamento, imposte, torniamo a dire, candidamente dagli stati. Che questo terreno diventi quarzo!

Possiamo senz’altro dire che non sia stato il silenzio a caratterizzare la giornata del 24: arrivati al momento del rinvio alla successiva udienza, fissata per il 4 maggio 2018, grida e cori si sono alzati dalle file dei/delle solidali in aula, è stato aperto uno striscione con su scritto: 41BIS=TORTURA, qualcuno ne ha sottolineato il significato con un discorso estemporaneo… Nel frattempo il giudice faceva sgomberare l’aula, ma l’udienza era già finita e il corteo di solidali, con lo striscione alla testa, lasciava il tribunale raggiungendo il presidio all’esterno.

Di fatto non sappiamo se le nostre grida siano giunte fino a Nadia, il cui collegamento audio potrebbe essere stato prontamente interrotto; d’altra parte questo dispositivo fa parte del meccanismo perverso di annientamento pianificato ed applicato.

Lasciato il tribunale in un’ottantina ci si è diretti al carcere dove, con un presidio ricco di interventi a microfono aperto si è cercato di raccontare la giornata, rompere la monotonia della vita internata e mandare un messaggio di solidarietà a Nadia e a tutti i detenuti e le detenute che non abbassano la testa.

Di fronte all’abominio possiamo alzare le spalle in un gesto di rassegnazione e girare la testa dall’altra parte, oppure guardare dritto in avanti e rimboccarci le maniche! Quest’ultima la nostra scelta!

1° Dicembre 2017

CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

L’Aquila: 24 nov 2017 presidio al tribunale e saluto al carcere

NO ALLA TORTURA DI STATO!

Oggi 24 Novembre, siamo a L’Aquila per esprimere la nostra solidarietà a Nadia Lioce processata per aver “osato” protestare, battendo sulle sbarre della sua cella con una bottiglia di plastica, contro le durissime condizioni di prigionia a cui è sottoposta da 14 anni a regime di 41 bis. In particolare, ha “osato” protestare contro una circolare del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) che impedisce a tutte le detenute e detenuti sottoposti a questo regime di ricevere libri tramite posta e colloqui. Dal 2015 è attiva una campagna di lotta e informazione, denominata “Pagine contro la Tortura” che ha l’obiettivo di far ritirare questo odioso divieto e di far conoscere in generale l’annientamento quotidiano delle persone che sono rinchiuse nelle sezioni a 41 bis in Italia.

Il colloquio una sola ora al mese con soli famigliari diretti attraverso vetri, telecamere e citofoni, una sola telefonata al mese e il processo in videoconferenza, sono solo alcune delle vessazioni che colpiscono le detenute ed i detenuti a 41 bis. Quella che lo stato mette in atto è una vera e propria tortura quotidiana da cui si può uscire, sempre a discrezione di lor signori, soltanto attraverso la delazione o rinnegando eventualmente i propri percorsi di lotta.

L’autore di questo regime di tortura è lo stato!

Lo stato, attraverso media, politici, guardie e magistrati, continua a reprimere ogni forma di dissenso: da sempre costruisce abilmente i propri nemici sulla base di incerte e terrorizzanti definizioni (dai “briganti” ai “teppisti”, dai “black bloc” agli “ultras”, dagli “estremisti” fino ai “terroristi”), crea il proprio consenso popolare attraverso la paura indotta da televisione, giornali, social network e poi applica con forza le sue leggi, i suoi decreti, le sue ordinanze, spesso sospendendo ogni principio garantista, verso chi osa mettere in discussione le ingiustizie quotidiane a cui moltissime persone sono sottoposte, anche con l’applicazione di misure di prevenzione e/o cautelari.

Lo stato ipocritamente giustifica il trattamento di “carcere duro” per colpire i mafiosi o i “terroristi”. Ma sappiamo benissimo che è la logica mafiosa a garantire potere e impunità allo stato, ai partiti, ai politici; ed è lo stato italiano (e non solo quello italiano) a portare guerra, terrorismo e sfruttamento nel mondo, costringendo spesso molte persone a lasciare i loro paesi d’origine.

Lo stato infine, forte della paura e della confusione creata tra la gente, sta estendendo sempre più le caratteristiche di questo regime a tutte le detenute e i detenuti che protestano contro le tante ingiustizie e le durissime condizioni di vita nelle carceri italiane (ad esempio con l’isolamento e i processi in videoconferenza). Per questo lottare contro il 41-bis significa lottare contro tutto il sistema carcerario… e non solo.

L’intera società in cui viviamo è trasformata in un carcere a cielo aperto.

Qui a L’Aquila in particolare questo fenomeno è davanti agli occhi di chiunque voglia vederlo. La tragedia del terremoto è stata gestita in un’ottica emergenziale: sono stati costruiti campi in cui era vietato riunirsi e circolare liberamente, sono stati utilizzati psicofarmaci per annientare ogni forma di dissenso, la città è stata militarizzata, sono state create zone rosse

Questo è lo stato che ci vorrebbe tutte e tutti, buoni/e ed obbedienti/e di fronte alle sue ingiustizie, cieche/i e mute/i di fronte alla sua corruzione, alle sue speculazioni, alle sue guerre.

Questo è lo stato, questo è il nostro vero nemico.

Cominciare a parlarne, ad autorganizzarci, a lottare insieme, è il primo passo per non rassegnarsi alla catastrofe.

Pagine contro la tortura