CPA Firenze sud sul presidio a Novara

Novara: presidio sotto il carcere — 18 febbraio 2017 ore 14,00

Dal 2015, ormai in maniera “legittima” (come espresso recentemente dalla Corte Costituzionale) chi è sottoposto al regime carcerario 41 bis può ricevere libri soltanto acquistandoli per il tramite dei carcerieri; si va dunque a determinare il blocco di qualsiasi forma di stampa attraverso qualsiasi tipo di corrispondenza, il che restringe ulteriormente la socializzazione in carcere e la possibilità di relazione con l’esterno.

Come abbiamo avuto modo di affermare più volte, il 41 bis (e la sua progressiva estensione) si colloca tra quelle misure cosiddette “emergenziali” con cui lo Stato mira a formalizzare rapporti di forza a sé favorevoli: la ristrutturazione del sistema penitenziario in termini di individualizzazione del trattamento, la differenziazione tra i prigionieri e l’attribuzione di poteri sempre maggiori alla direzione penitenziaria ed alle guardie sono strumenti che mirano ad aumentare le capacità di gestione del potere statuale ed allo stesso tempo a far sì che questo sistema di barbarie venga progressivamente ritenuto naturale.

Il presidio sotto il carcere di Novara di questo sabato – a cui parteciperemo e che rilanciamo – sarà una nuova occasione per mobilitarsi contro l’isolamento che questa direttiva vuole ulteriormente amplificare, e contro l’azione degli apparati statali – sempre più pressante in ogni ambito della società e dei rapporti sociali – volta a disciplinare corpi e menti, piegandoli alle esigenze di uno scenario di guerra in atto che si dispiega sia sul fronte esterno che su quello interno.

“La criminalità consiste nella egoistica ricerca del profitto e del successo ad ogni costo, nella sopraffazione dei deboli, nello sfruttamento, e tutto ciò è roba vostra. Consiste nell’accettare il carcere diventando dei delatori, degli opportunisti, dei ruffiani per ottenere privilegi, concessioni, libertà anticipata, calpestando i compagni di pena, ingannando l’opinione pubblica, con falsi pentimenti, tradendo tutto e tutti e prima ancora se stessi. Io rifiuto tutto questo, anche se questo rifiuto mi costerà caro.

Perché saremo tutt* meno liber* finché resta in piedi una prigione!
 I compagni e le compagne del CPA Firenze Sud

GALERE: NON UNA QUESTIONE PER POCHI

GALERE: NON UNA QUESTIONE PER POCHI
Solidarietà ai prigionieri in occasione del presidio che si terrà                               Sabato 18 Febbraio sotto il carcere di Novara.
 

Il 18 Febbraio, sotto il carcere di Novara, compagni e compagne si troveranno sotto le mura di un’altra patria galera per esprimere solidarietà ai detenuti ed aggiungere un altro tassello alla lotta contro le carceri, in modo particolare contro la tortura del 41 bis.

Il presidio fa parte di una mobilitazione partita da collettivi e individualità all’inizio dell’agosto del 2015 quando prese avvio la campagna Pagine contro la tortura per denunciare e lottare contro l’ennesima privazione, riservata (per ora) ai detenuti in 41bis: divieto di lettura, sostanzialmente, divieto di leggere ciò che si vuole. Riprendendo, infatti, un provvedimento che oltre 10 anni fa era stato proposto dall’allora ministro della Giustizia Castelli, il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) ha disposto una circolare con la quale si vieta ai detenuti stretti in 41bis di ricevere libri o riviste dall’esterno, sia che questi vengano spediti, sia portati dai familiari o dall’avvocato. Il DAP prevede che il prigioniero possa fare richiesta all’amministrazione carceraria che dovrebbe così far avere il libro richiesto al detenuto. Immaginate con quanta solerzia il carcere ha desiderio di far entrare libri in carcere, per di più se di un certo peso politico. Risultato, come dimostrano già i reclami dei detenuti in 41bis, i libri non arrivano.

Il presidio di Novara è, inoltre, un atto concreto di solidarietà verso le vessazioni e le torture subite quotidianamente dai detenuti: nell’ottobre scorso nel carcere di Ivrea i detenuti che protestavano vennero violentemente pestati e alcuni trasferiti e messi in isolamento.

Eppure, il divieto di lettura, i pestaggi compiuti dietro quattro mura, per di più se lontani dall’abitato, possono sembrare cose che riguardano pochi, chi le subisce o al più qualche manciata di individui solidali. Eppure la nostra terra, quella sotto i nostri piedi, ci racconta una storia diversa. La Sardegna da sempre ha rivestito un ruolo centrale nello scacchiere carcerario dello Stato Italiano e non solo. Sin dalla fine degli anni ’90 le potenze Nato sancivano la necessità per gli Stati occidentali di dotarsi di carceri di massima sicurezza, preferibilmente isolate. A partire dal 2009, insieme alla circolare del DAP che sanciva la necessità per “I detenuti sottoposti al regime carcerario speciale di essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero all’interno di sezioni speciali e separate dal resto dell’istituto” si dava avvio al Piano Carceri: in Sardegna spuntavano come funghi 4 nuove carceri, più di 285 milioni di euro per 2.700 posti letto (1.500 per i detenuti provenienti da altre carceri), strutture dotate o di sezioni a 41bis o di sezioni AS.

Così come la Nato anni or sono decretò per la Sardegna un futuro di militarizzazione per il suo importante ruolo nel Mediterraneo, così ancora una volta l’isola venne scelta per diventare una terra di carcerazione. Basi e carceri, due tasselli di uno stesso puzzle, quello che delinea una nuova strategia degli Stati per il controllo capillare del sociale, per i piani di conquista di altri territori, per una logica sempre più introiettata in ognuno di noi che lo stato ci protegge. Le basi, come le carceri, rappresentano una sottrazione di territorio alle popolazioni. Le basi, come le carceri, rappresentano l’uso e abuso della Sardegna agli interessi del capitale. Le basi, come le carceri, sono i due volti di una stessa occupazione militare.

Così come le basi assicurano la possibilità di organizzare i conflitti oltre mare, così le carceri rappresentano una funzione repressiva basata sull’isolamento totale dei prigionieri sia dal loro contesto di riferimento sia dentro le carceri stesse; una funzione di controllo poiché sono un oggettivo presidio militare sul territorio; una risposta all’immaginario securitario che ha come obiettivo quello di far del Regime speciale un Regime per tutti poiché le norme di inasprimento che ora vediamo solo per alcuni prigionieri saranno piano piano allargate a tutti gli altri.

Il carcere è parte integrante della ristrutturazione in atto del capitale, è il braccio armato che ci si sta stringendo intorno, le mura che aspettano di “accogliere” tutti quelli che si oppongono a questa guerra in atto.

La galera, dunque, è ancora questione per pochi?

SOLIDARIETA’ AI DETENUTI IN LOTTA

SOLIDARIETA’ AL PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI NOVARA

https://sidealibera.noblogs.org/

LE SEGRETE MEDIEVALI

dal carcere di Massama Oristano settembre 2016

Scrivo per non dimenticare questo sfregio all’umanità, che ho subito nel regime di tortura del 41bis nei sotterranei del carcere di Bancali a Sassari.

Mi chiamo Chessa Federico, nato in provincia di Salerno dove attualmente risiedo, mio padre è sardo della provincia di Sassari, mi trovo detenuto dal 2005, dopo pochi mesi dall’arresto fui trasferito a 41bis, lo sono stato ininterrottamente fino a quattro mesi fa. Gli ultimi 11 mesi del regime di tortura del 41bis sono stato trasferito nelle segrete “medievali” di Sassari.

Il 23 giugno 2015 giorno della mia deportazione da Cuneo a Sassari. Erano giorni che aleggiava una voce nefasta, del possibile trasferimento di massa nella nuova sezione del carcere di Bancali a Sassari. Qualche settimana prima erano stati trasferiti in tre, ma non sapevamo se erano stati portati a Sassari. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettava a Bancali, eravamo fiduciosi che una nuova struttura fosse a norma europea, questo pensiero ci rincuorava, eravamo fiduciosi e allo stesso tempo un pensiero tetro albergava in me; forse dipendeva dai racconti che avevo sentito sull’Asinara, pertanto i trasferimenti in Sardegna li vedevo sotto una luce diversa. Verso mezzogiorno viene l’agente a informarmi di prepararmi per partire, la cosa che mi lasciò perplesso, fu il modo di come avvenne la comunicazione, aveva una luce sinistra e di compiacimento negli occhi, questo mi inquietò molto. La cosa che mi allarmò ancora di più, fu che aveva ordine che mentre preparavo i miei bagagli, lui faceva la guardia davanti alla cella affinché non parlassi con nessuno. Dopo essere arrivato a Sassari ho capito perché.

Mi portano giù al magazzino dove c’erano altri dieci reclusi, anche loro dovevano essere deportati in Sardegna a Sassari. Facciamo operazione magazzino, dove prendo una bottiglia d’acqua per il viaggio. Ci mettono per due in cinque furgoni e ci portano all’aeroporto militare di Cuneo, dove veniamo imbarcati tutti e dieci su un aereo della Guardia di Finanza. Sull’aereo i GOM della polizia penitenziaria avevano abbassato i finestrini, un senso claustrofobico mi aveva assalito, avevo chiesto al brigadiere dei GOM di alzare la tendina del finestrino, mi rispose di no senza spiegazione, constatato che era inutile insistere conoscendo la mentalità. Mi rivolsi al capitano della finanza che era il più alto in grado, chiedendogli se potevo alzare la tendina perché stavo male, diede subito l’assenso, ma il brigadiere del GOM si voleva opporre, con autorità, il capitano disse che sull’aereo l’unico responsabile era lui. Alzai la tendina e ringraziai il capitano. Con uno sguardo al brigadiere gli comunicai di avere pena di lui, chi si abbassa a certi soprusi, mi fece venire in mente le SS tedesche, cattiveria gratuita, o forse è meglio citare Hannah Arendt sulla banalità del male.

Dopo un paio d’ore siamo arrivati all’aeroporto di Alghero, scesi dall’aereo i dubbi e le ansie che mi avevano accompagnato durante il viaggio sono svaniti, perché respirai l’aria che conoscevo bene, essendo che mio padre è sardo, mi portava in ogni occasione nella sua amata Sardegna. Scendiamo dai furgoni, stanchi e affamati, ci aspetta un cordone che ci fa temere il peggio, comunque l’impressione è che ci volevano intimidire. L’impatto fu tremendo perché a parte l’impatto climatico, dall’esterno si vedevano i palazzi all’interno del carcere, a noi toccò il piano zero, una sezione situata sottoterra, senza finestre, pertanto senza aria e né luce naturale, pensai che sarei uscito con la pelle verde, per mancanza di aria e luce all’aperto. Mi portarono insieme ai miei due compagni di gruppo, nel reparto a noi assegnato, entrato in cella rimasi meravigliato perché la finestra affacciava nel passeggio, ed era anche con una rete attaccata alle sbarre, che non consentiva di vedere quasi niente, neanche il muro che rappresentava il mio orizzonte. Chiedemmo qualcosa da mangiare, ci risposero che la cucina era chiusa e ci lasciarono fino al giorno dopo senza mangiare, l’unica consolazione fu la bottiglia d’acqua portata da Cuneo, perché in caso contrario neanche l’acqua ci avrebbero portato.

La mattina successiva avevo chiesto la caffettiera al magazziniere, mi rispose che non era possibile perché non potevamo usufruire del fornello, lì c’era una piastra ad induzione, però non funzionava perché mancante di un pezzo. Siamo stati otto mesi senza poterci fare un caffè. Passò il porta vitto e ci rifilò un po’ di acqua sporca fatta passare per caffè. Per lenire i crampi allo stomaco ho dovuto aspettare fino alle undici che passarono il pane e la frutta. Attendevo dalla fame il pranzo, ma con sommo stupore mi passarono sette penne, tre pezzettini di carne striminziti e tre fette di patate bollite. Credevo che fosse il primo giorno, invece anche gli altri giorni, settimane e mesi fu sempre così.

Da Cuneo mi avevano dato solo dieci euro più 52 euro di fondo vincolato. Feci un telex per informare i miei familiari che mi trovavo a Sassari e non me lo fecero partire, perché avendo fatto un po’ di spesa – acqua, una confezione di biscotti e un kg di mele – avevo finito i dieci euro, e loro non mi avevano sbloccato i 52 euro di fondo vincolato, pertanto per loro non avevo i fondi per pagare il telex, burocrazia ottusa a sfondo cieco, esclusivamente per opprimere. A Cuneo si erano trattenuti illegalmente i miei soldi, perché mi fecero pagare i pacchi postali con la mia biancheria, che sono a carico dell’amministrazione, pertanto un abuso. La mia famiglia mi aveva fatto un vaglia a Cuneo, invece di girarlo al carcere dove ero stato trasferito, l’avevano rimandato indietro. Siccome i miei familiari non sapevano che ero stato trasferito, erano tranquilli, anche perché il vaglia indietro gli ritornò dopo un mese e mezzo. Dopo quindici giorni riuscii a telefonare all’avvocato e lo informai che mi trovavo a Sassari, lui informò i miei familiari, che subito mi fecero un vaglia a Sassari, che non veniva cambiato perché lì avevano la brutta abitudine di cambiare i vaglia due volte al mese. Nel frattempo sono stato costretto a bermi l’acqua non potabile della fontana della cella. Acqua gialla che di potabile non poteva averne in nessun caso. La direzione aveva il dovere di passare almeno una bottiglia di acqua al giorno, invece ne passavano tre a settimana, lo fecero per alcune settimane. Non potendo fare la spesa, per mia fortuna nella mia roba c’era un sapone di Marsiglia portato da Cuneo, con quello dovevo fare tutto per l’igiene personale.

Quando sono arrivati i pacchi da Cuneo, non mi hanno dato quasi niente, come se il 41bis di Cuneo fosse diverso da quello di Sassari. La spesa era misera e striminzita, si compravano poche cose, dopo vari reclami al magistrato di sorveglianza, l’hanno aggiornato e aggiunto altri prodotti. L’area sanitaria era da brividi, perché sotto le direttive dei GOM, i dottori non facevano niente per timore di questi signori. Avevo bisogno di una pomata per problemi di pelle, la dottoressa mi rispose che doveva chiedere al grande capo, pensavo che era il dirigente sanitario, invece era il comandante dei GOM, gli risposi che non ci troviamo nella Corea del Nord. In undici mesi, sono riuscito ad avere solo una visita urologica, due giorni prima che mi revocassero il 41bis. L’impressione della struttura era micidiale, perché dava quel senso di oppressione, di claustrofobia, di tortura psicologica, più peggiore dei racconti su Pianosa e l’Asinara. Sulle due isole la tortura era fisica e di alimentazione, viceversa a Sassari era tutto l’insieme, ti devastavano moralmente, al fine di violentare la tua dignità, calpestare i tuoi sentimenti, per annichilire la personalità e ridurci a dei vegetali.

Tutti quelli che passeranno almeno un anno a Sassari, avranno problemi psichiatrici, perché la tortura maggiore è psicologica, insieme alle angherie quotidiane, ne racconto una per far comprendere a che punto arriva la crudeltà di certi personaggi: finita la cassa d’acqua che ero riuscito a comprare, ero rimasto senza acqua, un mio compagno mi aveva portato una bottiglia al passeggio, l’agente se ne accorge e informa l’ispettore. Dopo un quarto d’ora venne l’ispettore davanti alla cella, voleva farmi la paternale, gli spiegai che dovevo bere, ed era loro dovere rifornirmi di acqua potabile, invece lui insisteva che non dovevano passarmi l’acqua e voleva farmi rapporto. Constatando che non si poteva discutere con una visione mentale così chiusa, lasciai perdere. A onore della verità, dopo un paio di giorni mi mandò una cassa d’acqua. Un paio di settimane dopo venni a sapere che all’ispettore gli avevano fatto capire che era andato troppo oltre, aveva capito e mi aveva mandato l’acqua. L’Italia che si vanta di essere la culla del diritto, non ha avuto nessuna remora a costruire un obbrobrio come Bancali, equipararlo alle segrete medievali non è una esagerazione.

Quando mi hanno revocato il 41bis, mi hanno portato in una sezione a regime AS-2, dove sono stato due giorni. Quello che mi è rimasto impresso è stato il tempo trascorso alla finestra, ammirare il panorama che si vedeva dal secondo piano, sensazioni difficili da spiegare, ma profonde e molto sentite. In quei momenti mille pensieri affollavano la mia mente, quello più ricorrente era il colloquio con i familiari, poterli di nuovo abbracciare dopo undici anni. Immaginavo il momento, vivendolo come se fosse reale. Non potrò mai dimenticare questi undici anni trascorsi a regime di tortura di 41bis, ma principalmente gli undici mesi nei sotterranei di Sassari. Una vergogna per la civiltà italiana, ma anche per l’Unione Europea. Un paese che vorrebbe progredire usando la crudeltà e la tortura contro i suoi cittadini, non ha un grande futuro.

La galera sotto il segno del 41bis: memoria

Ciao ragazzi, con immenso piacere ho avuto riscontro da parte vostra. Ci tenevo, siete sempre stati presenti nei miei pensieri…

Mi dicevate di parlarvi del 41bis. Pochi come me lo conoscono dato che ci sono stato tra i primi a Pianosa nel 1992 e l’ho re-incontrato di recente a Opera dove ci sono arrivato da un altro uguale. Dopo la chiusura nel 1998 di Pianosa e dell’Asinara, vari carceri si sono attrezzati per applicare la tortura. Dopo la riforma di Alfano il tutto si è risolto in un cimitero per vivi dove sono stato rinchiuso per 24 anni senza possibilità di soluzione tranne quella di aspettare la morte definitiva, dato che la morte la vivi ogni giorno, perché è ogni giorno che si muore quando non hai più nulla, neanche la speranza.

Il sistema è strutturato in modo tale da spersonalizzarti dal momento stesso della sua applicazione. Sei in un carcere normale per svariati motivi ti viene applicato il 41bis, vieni chiamato in matricola per una notifica. Ti accorgi che ti hanno applicato il 41bis perché te lo comunicano per iscritto. Ma da quel momento non puoi più tornare in sezione, non puoi salutare chi hai lasciato, né per prendere ciò che hai lasciato in cella. Il tutto ti viene fatto trovare direttamente sul furgone che ti deve trasportare. Vieni messo lì con tutto il tuo avere. Vista l’ora non ti danno nemmeno un soldo, il tutto ti viene spedito dopo.

Arrivi nel carcere dove sei assegnato. Già appena arrivi c’è l’accoglienza a muso duro a partire dall’addetto alla matricola che deve darti un saggio della situazione, ma, se gli rispondi subito a tono abbassa la cresta. Sullo stesso filo si presentano gli operatori, che vogliono saggiare con chi hanno a che fare. Appena capiscono che non c’è trippa per gatti, nel senso che capiscono che sei pratico del 41bis, fanno solo il loro “lavoro”, specie se tra di loro trovi qualcuno che ti conosce da altro 41bis e sanno che non ti fanno impressione né per numero né per atteggiamento, ma qualcosa la devono pur sempre fare per dirti che sei al 41bis, specie per chi come me sanno che sto già scontando l’isolamento diurno per l’ergastolo.

Il magazziniere è più ciò che ti toglie di ciò che ti dà, solo l’essenziale, il resto per averlo lo devi chiedere ogni giorno sino a stressarli se non ti danno retta. Vieni messo in una cella e ti chiudono blindo e sportello in quanto non puoi comunicare con nessuno e non hai niente, nemmeno la televisione, perché prima devono valutare in quale gruppo ti devono mettere. Perché lì si va in gruppo di 4 persone e vedi solo quelli, con gli altri non puoi parlare pena il rapporto disciplinare, ma solo se gli dici ciao. Persone che ritrovai, persone che non vedevo da anni e che non avevano mai lasciato il 41bis.

Appena mi aprirono il blindato e lo sportellino mi misi a salutare tutti quelli che vedevo, risultato 4 o 5 rapporti disciplinari al giorno, al punto tale che mi spostarono in altro gruppo intimando gli altri, che a ricevere il saluto anche loro sono passibili di rapporto disciplinare. Ma di per sé con il rapporto disciplinare non accade nulla, lo usano per toglierti la televisione, per farti andare al passeggio da solo per 15 giorni. Ma la vera ripercussione è sul fatto che puoi fare un colloquio al mese di 1 ora con vetro divisorio, ma mandano indietro il mangiare che ti portano i famigliari. Non avendo il tempo di avvisarli, perché loro gestiscono la posta e ti fanno le peggiori nefandezze. In pratica i famigliari se ne tornano amareggiati perché non sono riusciti a darti un poco di mangiare.

Tutto è contato a livello abbigliamento, in cella non puoi tenere nulla. Ciò che ti viene dato lo devi restituire la sera e ti viene riconsegnato al mattino. Perciò se la sera hai desiderio di un caffè, di un tè o di una camomilla te li puoi solo sognare. Il mangiare ti viene dato da loro tramite un lavorante con cui non puoi scambiare una parola. La posta viene vista come mezzo di tortura non te ne danno mai, specie se sei oggetto di attenzione particolare o magari ti vengono per dirti che è arrivata della posta ma è stata mandata al magistrato e non la vedi più, perché anche se fai ricorso non ti risponde nessuno, perché i magistrati di sorveglianza e i carcerieri sono tutti una cosa. In pratica, se vogliono, perdi ogni contatto con i famigliari e hai ben poco da fare, riesce a passare solo qualche raccomandata con ricevuta di ritorno perché non possono farla sparire.

Perquisizioni, ogni giorno ti mettono la cella sottosopra. Regole rigide che tirano sempre a spersonalizzarti. Tutto è strutturato solo a uno scopo, a farti ricordare che non hai speranza.

Se ti chiamano per uscire dalla cella, negli orari non previsti per il passeggio, non ti dicono mai dove devi andare, anche se si tratta di visita medica. E’ tutto un sistema.

A molti li ho visti invecchiati, ma molti battagliare, solo che lì le battaglie sono fine a sé stesse, perché non hai strumenti per intaccare il sistema, dato che non puoi fare proteste collettive, visto che con gli altri non puoi parlare e non hai modo neanche criptico di farglielo sapere.

In una sezione di 20 celle ci sono 10 guardie, diversi graduati che vigilano, ma quello su cui loro giocano per spezzare la volontà dell’individuo è l’abitudinarietà alla negazione dei tuoi diritti e ogni tanto qualcuno crolla. Di fatto sono strutture fatte per indebolire il soggetto perché le alternative sono: o aspetti la tua ora per morire o cerchi mezzi subdoli per uscire da quel regime.

Purtroppo oggi ogni tanto qualche invertebrato lo pescano. I medici sono d’accordo con loro, aspettano un sì o un no da parte loro prima di scriverti una terapia; e sai quanti medici sono stati presi per pezzi di merda come anche le guardie, perché certi detenuti non lasciano passare nulla, subito rispondono a tono, non ti picchiano, ma appena li offendi ti fanno qualsiasi tipo di ostruzionismo possibile.

Ma ripeto, che ogni battaglia è fine a sé stessa, tranne a farti dire: sono ancora vivo non mi piegherete mai.

Sarebbero tante altre le sfumature da dire, ma nella sostanza il discorso è questo. Nei 2 anni che sono stato lì, almeno quattro persone sono morte di malattia o di vecchiaia. E’ un cimitero. Non ci danno la pena di morte ma civilmente ti uccidono, dato che non hai nessuna speranza. Eppure dicono che è costituzionale.

Maggio 2016

Appunti sui presidi tenuti davanti alle carceri con regime 41bis il 16aprile’16

Resoconto presidio davanti al carcere di Bancali (SS)

Il presidio del 16 aprile appena trascorso, contro il 41bis e il divieto di ricevere libri dall’esterno imposto ai prigionieri ristretti sotto questo regime, svoltosi sotto le mura del carcere sassarese di Bancali (ove è presente una sezione di 41bis) è stato organizzato dal Collettivo S’IdeaLìbera e dalla Biblioteca dell’Evasione e vi hanno aderito varie realtà e singoli militanti, operanti nel territorio sardo.

Il concentramento, previsto per le 11:00 della mattina, è stato preceduto da un volantinaggio informativo sulle ragioni della mobilitazione, a cura di un primo nucleo di compagni del collettivo organizzatore, diretto ai familiari dei prigionieri che si recavano ai colloqui.

Da subito si è presentata una situazione grottesca, quanto vergognosamente indicativa del livello repressivo che lo Stato borghese riserva a questa tematica. A fronte dei primi quattro compagni giunti in loco, si sono materializzati rispettivamente: due blindati, uno di poliziotti e uno di carabinieri, colmi di agenti; una squadra del GOM della polizia penitenziaria in tenuta “operativa” che ha realizzato un posto di blocco a metà strada del perimetro che porta all’ingresso del carcere, bloccando chiunque passasse e costringendo tutti i parenti a parcheggiare prima, a essere perquisiti e a recarsi al colloquio a piedi con i pacchi in mano; l’organico della Digos al gran completo, guidato dal questore di Sassari (almeno quattro-cinque auto, di cui due in pattugliamento costante); una pattuglia della Guardia di Finanza; infine, due auto della polizia municipale. Sul muro di cinta è stato rafforzato il servizio di sorveglianza, ed affiancato da alcuni ufficiali dei carabinieri e da un ulteriore addetto alla videocamera portatile, in aggiunta ai soliti morbosi digossini.

È facile capire che questa pagliacciata è la reazione a una contestazione sotto un carcere, per di più in attacco al 41bis, presentato come un indispensabile strumento di lotta alla mafia illegale (visto che quella legale, il capitalismo, è il modo di produzione che informa società e istituzioni!), che va a toccare quella che è la “punta di diamante”, rappresentante la sintesi del modello di funzionamento del sistema penitenziario italiano e la sua perversa logica di premialità, nonché la vetta di accanimento repressivo verso tutti coloro che non vengono ritenuti “utili”, cooptabili, disposti a reggere la scure al proprio boia, o che semplicemente si intende “spezzare” fisicamente e moralmente per convincerli a trasformarsi in infami. Per essi non valgono le chiacchiere sulla funzione rieducativa della pena e sul cosiddetto “senso di umanità”, contenute nel loro art. 27 della Costituzione (che in maniera beffarda campeggia inciso nel marmo all’ingresso di molte galere), né i vari cataloghi di principi e “diritti umani”.

Contro i detenuti in 41bis lo stato borghese getta la maschera, e sfoggia la sua più bieca brutalità, di cui quest’ultimo divieto non è che un aspetto, per quanto significativo. Una restrizione che come molte altre potrebbe essere estesa, con la stessa arrogante discrezionalità tipica degli organi esecutivi dei capitalisti, a tutto il corpo dei prigionieri: su questo aspetto ci siamo soffermati con più forza, specie discutendo con i familiari.

Il dispiegamento di forze all’arrivo è stato pateticamente giustificato, di fronte alle richieste di spiegazioni avanzate da alcuni familiari, con lo svolgimento di un processo all’interno del carcere a carico di alcuni pakistani di recente arrestati in Sardegna con l’accusa di terrorismo internazionale, circostanza del tutto priva di fondamento e fra l’altro smentita con sarcasmo persino dalla svogliata pattuglia di vigili urbani.

Nonostante queste circostanze il volantinaggio è proseguito regolarmente, favorito involontariamente dalla sbirraglia con la costrizione per i familiari a parcheggiare ove stazionava il presidio. Alcuni di essi peraltro si sono offerti di distribuire il volantino nella sala d’attesa dei colloqui, all’interno del carcere.

Alle ore 11:00, con puntualità, il sito è stato raggiunto dagli altri compagni, provenienti dal resto dell’isola, che hanno dato corpo al presidio con cori e richiami ai detenuti. Ci è stato riferito da oltre lo sbarramento che man mano che i compagni arrivavano, i loro nomi, evidentemente già noti, venivano annotati dai cani da guardia.

I prigionieri, nonostante il vento e la distanza delle sezioni dalla cinta e dalla strada, sono riusciti ad udire e si sono affacciati alle sbarre delle celle, esponendo alcuni cartelli (purtroppo illeggibili a distanza) e alcune strisce di stoffa colorata, rispondendo agli slogan, e mettendo in atto in alcuni momenti una “battitura”.

I compagni fuori sono riusciti a montare a distanza utile due casse altoparlanti, tramite le quali si è riusciti a spiegare e far sentire all’interno le ragioni del presidio, a rendere noto che sotto molte altre carceri si sarebbero svolte iniziative analoghe, a leggere o sintetizzare alcuni comunicati pervenuti dai detenuti in lotta, nello specifico da Massama (OR) e da Opera (MI), inframezzando le parole con un po’ di musica. La risposta dall’interno è stata calorosa per tutta la durata del presidio, contrapposta alle ghigne contratte degli sbirri e dei secondini.

Non si ha certezza dell’aver raggiunto anche la sezione di 41bis, subdolamente collocata nel punto più interno e distante dalle mura dell’area del carcere, ma la notizia del presidio è pervenuta o perverrà loro a breve, a dispetto della volontà di isolamento totale che ispira questa forma di tortura.

 

Resoconto presidio davanti al carcere di  Parma

Il presidio sotto il carcere di Parma, è un importante passaggio all’interno della campagna “pagine contro la tortura”, e si inserisce nel quadro più generale dell’opposizione al 41 bis e a tutte le strutture e le politiche detentive. A questo scopo è attivo da diversi mesi un coordinamento regionale contro il carcere (CO.RE.CA) che in precedenza si era attivato con alcuni presidii davanti al carcere di Ferrara e fin dall’inizio si è assunto la promozione di iniziative rispetto alla campagna “pagine contro la tortura”, rispetto alla nostra area regionale. In questo contesto si inseriscono l’iniziativa di presentazione della campagna,  le interviste curate da “Mezz’ora d’aria”, trasmissione anti-carceraria che va in onda su un’emittente radio bolognese, e l’incontro pubblico che si è tenuto a Parma il 10 aprile a cui è intervenuto un avvocato che difende diversi prigionieri sottoposti al regime di 41 bis.

Il presidio di Parma, dove i detenuti in 41 bis sono più di 90, ha visto una buona partecipazione, nonostante proprio contemporaneamente al presidio si svolgeva una manifestazione cittadina antifascista cui hanno partecipato circa 400 persone a causa dell’apertura annunciata solo qualche giorno prima di una nuova sede di casa pound, oltre tutto non lontana dal luogo ove si svolgeva il nostro presidio (cosa che ha creato qualche problema a chi doveva raggiungere il presidio per la chiusura di diverse vie da parte di polizia e carabinieri). Nonostante la concomitanza, che ha sicuramente tolto possibili partecipanti al presidio, intorno alle 16, un po’ in ritardo rispetto all’ora prevista, sotto il carcere eravamo circa 60; oltre a compagni di Parma, Cremona, Modena, Bologna, erano presenti diversi facchini della Bormioli di Fidenza, da mesi in lotta contro i licenziamenti e alcuni esponenti della Rete Diritti in Casa di Parma, attivi nelle occupazioni di case e picchetti anti-sfratto in città e in provincia. Proprio questi ultimi, hanno animato il presidio grazie a frequenti interventi in diverse lingue (arabo e albanese) che hanno provocato una buona risposta dalle celle del carcere, in cui sono rinchiusi molti prigionieri di varie nazionalità. In genere, la potenza dell’impianto e la vicinanza delle celle all’area del presidio ha creato per tutta la durata del presidio un’ottima comunicazione tra dentro e fuori. Alternate a musica, sono state lette lettere, contributi e spiegate le ragioni del presidio, poi verso la fine sono stati accesi diversi fumogeni prima del saluto finale. Dalla prossima corrispondenza e dai colloqui con parenti e avvocati, contiamo di venire a conoscenza di come è stato vissuto il presidio in particolare nelle sezioni a 41 bis; in occasione dell’ultima manifestazione che si era svolta a Parma qualche anno fa, siamo venuti a sapere solo di recente che molti prigionieri di quelle sezioni avevano improvvisato una protesta dando fuoco a dei pezzi di carta, cosa per cui erano stati puniti (!!!) con 15 giorni di isolamento.

 

Resoconto presidio davanti al carcere di Opera (MI)

Il presidio ad Opera è stato preceduto settimane prima da saluti e volantinaggi i famigliari in concomitanza con i colloqui per estendere, socializzare la comunicazione sulla campagna contro il 41bis compresa la solidarietà.

E’ stato fortemente segnato dalla protesta esplosa alla fine di febbraio nelle sezioni del 1° reparto, ove si trovano i prigionieri sottoposti ai regimi di media sicurezza – “sorveglianza dinamica”- i prigionieri in AS1 AS3 (a Opera le persone rinchiuse sono circa 1200, delle quali un centinaio sotto 41bis). Dall’interno è uscito un appello scritto, “DALLA CAIENNA DI OPERA”, dove hanno esposto le ragioni della protesta:

… “Noi sottoscritti detenuti di Opera del 1° Padiglione Sezioni A-B-C quarto piano, con la seguente vogliamo rendere pubblica ogni violazione sui diritti dei detenuti a cui siamo sottoposti attraverso abusi-umiliazioni-ricatti e falsi rapporti”… ed espongono in 5 punti (vitto, sanità, angherie al centro clinico…) ragioni e richieste.

Sul finire di febbraio e l’inizio di marzo vengono colpiti con l’isolamento, prima chi si era più esposto, Maurizio, e a seguire almeno altri dieci suoi compagni di prigionia che, dopo i rituali 15 giorni punitivi, ne chiedevano il ritorno in sezione (vedi brani di lettera sull’altra facciata).

 Il 9 marzo un gruppo di solidali raggiunge la sala info-point al 7° piano del palazzaccio del tribunale (dove si trovano gli uffici dei magistrati di sorveglianza), per togliere dalle mani della censura la mobilitazione, per rafforzarla.

Durante il presidio si è riusciti a comunicare a lungo, raggiungendo ogni lato del carcere, facendosi così sentire e vedere da tutti i prigionieri. Ciò che abbiamo ascoltato e a cui abbiamo risposto calorosamente, nono stante i numeri ristretti a una quarantina di compagni, esprime un odio profondo verso l’intero apparato carcerario, una sincera determinazione a portare avanti la protesta e un insolito senso di unità e coesione, a cominciare dalla dichiarata intenzione di tirare fuori dall’isolamento (il solito 14bis) chi ne è rimasto colpito. Prima di salutarci abbiamo appeso su un traliccio nei campi che circondano il carcere uno striscione gigante con la scritta “LIBERTA’”, visibile da centinaia di prigionieri.

Completamente diversa la situazione sotto la sezione del 41bis, che non sporge di tanto oltre la cinta e dove le finestre sono anche chiuse da bocche di lupo di plastica. Vuoi per questo e/o assieme, per le guardie che si saranno disposte in sezione per intimidire qualsiasi accenno di comunicazione, non è uscito nemmeno un respiro. In ogni caso i compagni presenti hanno insistito a lungo sui temi della campagna, spiegando al meglio l’iniziativa in corso.

 

Resoconto presidio davanti al carcere di Tolmezzo (UD)

Sabato 16 aprile si è svolto un presidio fuori dalle mura del carcere di Tolmezzo, convocato nell’ambito della campagna “pagine contro la tortura”.

Presenti circa una cinquantina di compagni e compagne provenienti da varie parti del nord-est tra cui Trieste, Udine, Padova, Bassano, Venezia, Mestre e Trento. Si sono intervallati musica, interventi, slogan e qualche battitura. Oltre agli striscioni contro la repressione, il carcere e il 41 bis, sono stati appesi alcuni striscioni e bandiere palestinesi perchè  il giorno successivo – il 17 aprile – cadeva la giornata internazionale del prigioniero palestinese. Da dentro si è avuta una buona risposta da parte dei prigionieri: saluti, grida, lo sventolio di vestiti oltre le sbarre e, a tratti, battitura. Purtroppo da non molte celle si poteva vedere il presidio.

Sul finire è stato lanciato qualche fuoco d’artificio per salutare i prigionieri.

Circolo Pedro – Trieste

Coordinamento contro il Carcere e la Repressione – Udine

 

Resoconto presidio davanti al carcere di Cuneo

L’iniziativa che abbiamo tenuto, in contemporanea con altre analoghe davanti ad altre sezioni 41-bis in giro per le galere dello Stato italiano, è stata un passaggio necessario all’interno della campagna per valutare il livello di sensibilizzazione finora raggiunto e per rilanciare ulteriori appuntamenti. La partecipazione è stata dignitosa (una sessantina di persone), e il presidio ha avuto un buon riscontro da parte dei reclusi nel padiglione “penale”, ed è stato accolto con grande impatto emotivo da parte di quanti sono imprigionati nella sezione del 41 bis che sono riusciti a sentire gli interventi e le letture al microfono.

Le letture di brani da libri e di un volantino diffuso durante l’iniziativa hanno coinvolto i/le partecipanti che si sono alternati in tant* al microfono per tutta la permanenza sotto la sezione 41-bis (più di 2 ore). Insomma un buon presidio, ma che non ha raggiunto l’obiettivo specifico che ci si era posti per l’appuntamento: coinvolgere persone legate al mondo dell’editoria e della cultura o appassionate di lettura a partecipare ad un’iniziativa sotto le mura di un carcere. Nonostante i numerosi appuntamenti di informazione organizzati nelle settimane precedenti nelle vallate e nella piana piemontesi, hanno risposto alla chiamata principalmente, non esclusivamente, compas già sensibil* alla questione carceraria.
Come si diceva all’inizio di questo report, è stato un passaggio per avere il polso delle possibilità e delle difficoltà che fino ad ora la campagna esprime localmente: sicuramente c’è ancora molto da fare, ma questo non ci spaventa! Certamente si può valutare che i tempi per una campagna del genere sono lunghi ed è opportuno ingegnarsi su ulteriori iniziative e percorsi da mettere in atto, ed anche che è auspicabile che le case editrici, librerie ed altre realtà culturali che aderiscono alla campagna riescano a farsi promotrici direttamente di ulteriori momenti di sensibilizzazione e coinvolgimento degli ambienti in cui sono attive.
Chiudiamo questo report con una notizia: a fine Aprile la sezione 41 bis del carcere di Cuneo è stata chiusa “per un problema strutturale, che rendeva illegale la detenzione”, ed i prigionieri, 90 in tutto, sono stati tutti trasferiti in altri penitenziari.

http://www.lastampa.it/2016/04/28/edizioni/cuneo/il-carcere-di-cuneo-non-ospiter-pi-detenuti-del-bis-7DJ80tcdYjGwS8Y6JkMHeM/pagina.html

Cassa AntiRep delle Alpi occidentali

 

Resoconto presidio davanti al carcere di Terni

Sabato 16 aprile si è svolto il presidio di solidarietà a sostegno della campagna “Pagine contro la tortura”. Hanno partecipato all’iniziativa diverse persone, sia ternane che non, a differenza di quanto scritto dai giornali. Prima del presidio sono state effettuati dei volantinaggi ai colloqui, nella speranza di intercettare qualche parente e di invitarlo a partecipare al presidio. Alcune persone hanno mostrato interesse, ma nessuna di loro ha potuto prendere parte al presidio in quanto tutte provenienti da altre città della Campania o della Calabria. C’è stato comunque un episodio piacevole, in cui una parente di un detenuto ha chiesto la possibilità di dedicare una canzone al suo compagno recluso, non potendo essere lei presente. Durante il presidio diverse compagne e compagni si sono alternati al microfono per spiegare ai detenuti che ci ascoltavano le motivazioni della nostra presenza. Sono stati letti testi relativi alle ulteriori condizioni di privazione a cui sono stati sottoposti i detenuti al 41 bis, la lettera di Valerio Crivello, che ha contribuito da dentro con uno scritto, che accomuna la detenzione al 41 bis con le condizioni punitive straordinarie del 14 bis, e alcuni testi letterari. Inoltre è stato presentato ai detenuti il progetto ternano della Biblioteca “La Breccia”, progetto che ha la volontà di creare una corrispondenza/scambio libri con i detenuti. Nel corso del presidio ci sono stati vari collegamenti radio con le altre città in cui si svolgeva la stessa iniziativa a sostegno della campagna. La risposta da dentro all’inizio un po’ fredda, si è fatta più calorosa nel corso del presidio con grida, scambi di saluti, richieste musicali e danze dall’una e dall’altra parte del muro. Il presidio è stato accolto da un’evidente presenza di digossini e guardie penitenziarie intente a riprendere i presenti e a monito anche per i reclusi, videosorvegliati come noi per tutto il tempo. Dopo pochi giorni, la biblioteca la Breccia ha già ricevuto due lettere, in cui oltre alla richiesta libri ci è stato fatto presente il mal funzionamento dell’infermeria.

Link radiazione.info ascolta le voci dei presidi in corso:

http://www.radiazione.info/2016/04/pagine-contro-la-tortura-le-voci-dei-presidi-anticarcerari/