Scritto di Valerio dal carcere di Terni per la conoscenza del “regime” 41bis

Amici miei,
io non ho esperienza diretta del 41bis ma sono stato sottoposto ad un regime simile chiamato 14bis.
Questo, similmente al 41bis inasprisce il trattamento carcerario limitando al minimo le libertà individuali che vengono oppresse con un controllo continuo ed asfissiante da parte del carcere. Entrambi sono figli di una psicologia repressiva militare ripresa e riammodernata a seconda delle esigenze storico politiche.
Sulla carta il 41bis è volto a impedire il perdurare di legami e collegamenti con l’ “associazione mafiosa” o “terroristica” di cui il detenuto è parte o leader; così nello specifico viene adottato nei confronti di elementi considerati “di spicco” all’interno di un “gruppo criminale”, individui capaci di mantenere una “leadership” e quindi di impartire ordini per il “perseguimento di obiettivi criminali”. E come si esplica nella pratica questo trattamento speciale?
Il detenuto è allocato in sezioni apposite con un limitato numero di detenuti, ognuno ospitato in una cella singola. L’arredamento interno è ridotto al minimo, gli armadietti, per lo più sono privi di ante, possono contenere solo “stretto necessario”, un indispensabile che può essere “contenuto” (non ampliato) a seconda del volere del carceriere e della direzione. Il fornelletto è consentito solo per scaldare le vivande; il detenuto non può cucinare per sé autonomamente come nelle sezioni AS, anche per questo gli alimenti acquistabili del sopravvitto sono limitati.
E’ una tattica subdola per aumentare esponenzialmente la dipendenza del detenuto all’istituto: dipendenza significa schiavitù/sottomissione e la sottomissione è uno dei risultati che l’amministrazione penitenziaria si pone.

Nel reparto 41bis le battiture di controllo sulle sbarre della cella sono effettuate con cadenza di 3 al giorno; in una normale sezione AS sono in genere 1 al giorno. E’ un elemento di stress di bassa intensità che ha funzione di rammento all’ “ospite” che il controllo è continuo, meticoloso, organizzato, che lui non è padrone di nulla.
In casi particolari può essere predisposta la videosorveglianza anche nella cella. Niente di più asfissiante ci può essere di un continuo occhio monitore, spia: stupra le ore anguste dei giorni ripetuti all’interno di una cella.
Il detenuto può effettuare un solo colloquio al mese di un’ora presso locali appositamente adibiti. Un vetro divisorio impedisce qualsiasi contatto fisico tra famigliari, conviventi e detenuti, ogni conversazione viene registrata. Solo qualora il colloquio mensile non avvenga, il detenuto può essere autorizzato ad una telefonata mensile di 10 minuti. I famigliari possono ricevere la telefonata o presso il carcere più vicino o presso una caserma dei carabinieri. Queste misure, prese per prevenire qualsiasi contatto con l’organizzazione, recidono certo qualcosa, ma il più delle volte sono solo legami famigliari.
Il “provvedimento” ha durata di 4 anni, prorogabile per periodi consecutivi di 2 anni. In realtà l’eventualità della proroga è la normalità, giacché il tempo non è considerato condizione sufficiente per garantire la rottura dei legami con l’organizzazione. Ciò sottintende che l’unica cosa che può provare che tale unione sia stata spezzata è una “manifesta dissociazione” un più diretto “pentimento”.
Credo sia ormai chiaro qual è lo scopo del 14bis e 41bis: sfibrare l’animo del detenuto e abbattere le sue difese per renderlo malleabile, un risultato che si ottiene de-individualizzandolo. Chi è sottoposto ad un tale regime non è padrone di guardare la propria immagine riflessa. Io personalmente ero obbligato a chiedere uno specchietto alla guardia (che lo teneva appositamente riposto) ogni qualvolta desideravo farmi la barba. Qualsiasi regime mira a disgregare l’identità del singolo polverizzandolo, per reimpastarlo a proprio piacimento; e lo fa con metodi decostruttivi anziché costruttivi.
L’ “ospite” deve imparare che lui il è più debole; deve imparare ad essere dipendente; deve imparare ad essere dipendente dalle mura carcerarie e dagli assistenti (guardie) così profondamente da giustificarne persino le azioni. Non è raro sentire detenuti pronunciare frasi tipo: “Lo deve fare, è il suo lavoro…” o “ E’ stato bravo, mi ha concesso…”. L’impianto repressivo del 41bis cerca quindi di spezzare la volontà, esasperando l’uomo per spingerlo a collaborare pur di salvarsi da quella che è una tortura psicologica protratta nel tempo; o per instillargli una sorta di “sindrome di Stoccolma”. Per esteso, la “sindrome di Stoccolma” è un complesso di risposte emotive riscontrabili nelle vittime di un sequestro di persona, tra cui l’instaurarsi di sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori e, a sua volta, sentimenti negativi degli ostaggi verso chi dovrebbe difenderli.
In questo caso specifico l’intenzione dell’amministrazione penitenziaria è di fare identificare l’ostaggio-detenuto con il sequestratore-carceriere: l’identificazione non avviene attraverso l’amore come nel figlio che si identifica in un padre amorevole, ma con la paura. La sindrome di Stoccolma comporta una regressione verso un livello di sviluppo più elementare, l’ostaggio-carcerato è più vicino al neonato, dipende dall’amministrazione per mangiare (il neonato deve piangere per mangiare, il detenuto strilla quando il vitto ritarda di 10 minuti), giustappunto gli viene metodicamente negata la possibilità di cucinare almeno che qualcuno non gliela conceda aprendogli la porta. Il carcerato-ostaggio così sequestrato può iniziare addirittura ad essere terrificato dal mondo esterno, saranno i carcerieri e gli organi a loro legati (psicologi, psichiatri, educatori) a fargli passare la paura, ma a quale prezzo? Il carcerato-ostaggio diventa grato per ogni piccola concessione, quasi fosse un dono e non un diritto.
La metodologia psicologica di cui si avvale il sistema carcerario ha le sue radici negli approcci matematici di Pavlov e Skimmer. Pavlov con i suoi stimoli condizionati offriva un miraggio, la promessa di abolire ogni possibile spirito nella macchina del cervello; aveva fatto credere che cani e esseri umani potessero essere comunque condizionati con stimoli appetitosi (il cane vede l’osso e sbava, se un attimo prima dell’osso una luce viene accesa e l’azione si ripete un paio di volte, il cane sbaverà anche solo vedendo la luce, ugualmente si comporta il cane addestrato a trovare cibo sotto i carri armati, vi andrà inconsciamente, anche imbottito di esplosivo).
Per Skimmer, similmente a Pavlov e per tutti i “comportamentisti”, un comportamento è una sequenza di stimoli e risposte: Gli organismi imparano attraverso l’esperienza quali stimoli sono seguiti da risposte piacevoli e gratificanti (rinforzo positivo) e quali da risposte spiacevoli, punitive (rinforzo negativo), imparando a rispondere ad essi in modo appropriato. (Così, per esempio, un ratto affamato viene messo in una scatola con una leva, quando la preme, inizialmente per caso, riceve una pallottola di cibo e ben presto impara a premerla deliberatamente; superato questo punto l’animale può essere plasmato, gli si potrà quindi far scegliere tra più leve, schiacciarle un numero predeterminato di volte ecc..) Questo tipo di condizionamento è detto strumentale.
Approcci del genere, quasi fossero desiderosi di eliminare la mente dalle sue equazioni psicologiche, svuotano gli individui della loro biologia, trasformandoli in poco più che artefatti, robot da manipolare, addestrare da parte dello psicologo, da parte delle istituzioni e dei regimi. Sulla base di queste conoscenze, infatti, sono state create metodiche di detenzione carceraria sia civile che militare. La premialità che vige nelle carceri è figlia di queste teorie diventate dogmi che vogliono il detenuto plasmabile e malleabile.
Fortunatamente per il genere umano, le cose sono un po’ più complesse e, sfortunatamente per l’amministrazione penitenziaria e per la società, il detenuto reagisce spesse volte in maniera opposta a come quei dogmi vorrebbero. Riflettiamo brevemente: un essere umano nato e cresciuto in un contesto di deprivazione materiale e forse anche morale, il quale ha fatto della propria vita l’elogio alla battaglia per la sopravvivenza giornaliera; un essere umano che ha messo da parte il timore di infrangere la legge – anzi ne assapora una certa gratificazione – sviluppa un comprensibile odio per le divise che difendono un potere costituito. Non solo è indifferente ai problemi, ma anzi ne è la causa. Per un “delinquente” e ancor più per un facente parte di un’“organizzazione criminale” (che per definizione si sente antitesi dello stato e delle sue strutture) diventa vanto la capacità di sopportare le angherie di una carcerazione, che tra l’altro così improntata fomenta ancor più l’identificazione del detenuto nell’antagonista naturale di quel sistema sociale che lo ha creato e ne ha nutrito la ribellione.
Si rinchiude un essere umano definito “criminale”, lo si obbliga a dividere quel minimo tempo di socialità con altri individui che hanno commesso delitti ed hanno un’eguale mentalità; lo si priva degli affetti, lo si obbliga a rinunciare agli abbracci dei figli, delle figlie (che possono avere contatto fisico con il genitore carcerato solo fino a 12 anni e per soli 10 minuti per ogni colloquio); gli si insegna a diventare più subdolo, a celare rabbia e sentimenti per ingannare le guardie… come si può sperare che avvenga quella “riabilitazione-rieducazione” che la Costituzione non solo prevede ma quasi conclama nei suoi articoli?
Le posizioni del “delinquente” si estremizzano, consolidano, cementificano; si rischia di mutare un essere umano che ha commesso dei “reati” in un sociopatico. Non esistono individui che una volta fuori dal 41bis, magari in libertà non tornino “a delinquere” con maggiore e più accurata intenzionalità. In ambiente “criminale” chi ha sopportato il 41bis senza tentennare e pentirsi gode di un prestigio enorme. Alla rabbia motivata dalle angherie legalizzate dall’amministrazione penitenziaria, che fortifica le convinzioni “criminali”, finisce con l’aggiungersi l’orgoglio che scaturisce dalla resistenza alla tortura.
SI’ TORTURA. Le motivazioni accampate per la detenzione al 41bis sono sempre pretestuose. L’esigenza di evitare il perdurare dei legami con l’associazione è secondario rispetto al fine ultimo di estorcere informazioni che portino a nuove accuse a nuove incarcerazioni.
Lo zelo delle procure di larga parte della magistratura e dei carcerieri – tutti organi di uno stato che infama sé stesso – è al di sopra della legge che vogliono preservare e difendere e gli abusi sono figli di quel delirio di onnipotenza tipico dei tiranni. Questo modo di amministrare la legge, di usufruirne, di deprivarne l’altrui vita, fa anche del peggiore carnefice un vittima dello stato. Il 41bis è una tortura mascherata dal vessillo della legalità; tortura inutile che diffonde, espande, riverbera sofferenze anche agli innocenti (bambini traumatizzati dai colloqui) e ne posticipa un’altra parte per quando il detenuto ritornerà in libertà arrabbiato e con un’aurea carismatica riconosciuta dai facenti parte del suo ambiente.
La critica al 41bis non vuole giustificare le azioni a volte riprovevoli di quei detenuti costretti nelle strutture ultra-repressive (polizia, esercito, stato ne commettono altrettanti con la giustificazione che il monopolio della violenza è loro), tuttavia lo stato non può né vendicare le vittime perché diventa boia né tanto meno torturare perché diventa inquisitore. Il 41bis è un’offesa alla vita, all’umanità e all’alto valore morale della Costituzione. Due reati – quello del “criminale” e quello dello stato che lo tortura – non si elidono a vicenda, dando vita ad un’azione virtuosa, sono solo l’inizio di una serie di conseguenze, un domino a cascata che scrive il necrologio della giustizia universale.
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Terni 20 settembre 2015
Valerio Crivello, via delle Campore, 32 05100 Terni